Le parole che feriscono. La violenza che non si vede
di Monia Palazzo, autrice di “Ti ignoro ma ti penso”
Ho deciso di iniziare il mio articolo con queste due citazioni perché vorrei che vi soffermaste sul significato della “parola”. Un mezzo che utilizziamo ogni giorno, ma che troppo spesso ignoriamo nella sua forza, nel suo potere di creare o distruggere.
“Le parole sono la droga più potente usata dall’umanità.” – Rudyard Kipling
“Le parole possono essere finestre, oppure muri.” – Marshall Rosenberg
Quando si parla di violenza, si pensa subito al corpo: alla violazione fisica, al gesto brutale, al colpo che lascia lividi. Una realtà innegabile, drammatica, che va denunciata e combattuta ogni giorno. Ma, esiste un’altra forma di violenza, più sottile e meno visibile, che non lascia segni sulla pelle ma lacera dentro: la violenza delle parole.

La parola nasce come ponte: dal latino parabŏla, “comparazione”, e dal greco parabolḗ, “mettere accanto”. La sua radice originaria porta in sé un significato di incontro, relazione, unione.
Eppure, quello stesso ponte può trasformarsi in una lama.
Quante parole usiamo ogni giorno? Ce lo siamo mai chiesti?
No, perché parlare ci viene naturale, come respirare. E proprio per questa spontaneità, spesso dimentichiamo il loro peso. Gli studi stimano che una persona pronunci in media 7.000 parole al giorno. Più di 4 al minuto, dall’alba alla notte. Ognuna di queste parole può essere un dono, un gesto di cura… oppure una piccola violenza. Basta scegliere un tono sbagliato, un silenzio di troppo, un gesto che smentisce ciò che diciamo. Comunicare non è mai neutro: ogni parola che esce dalla nostra bocca costruisce o distrugge, avvicina o allontana. Le parole restano. Entrano in noi come piccoli semi, e quando sono parole sbagliate — dette per ferire, per manipolare o per ignorare — non muoiono mai. Si radicano.
Diventano tarli che lavorano ogni giorno nella mente, fino a consumare lucidità, fiducia, autostima. Una frase svalutante, un silenzio imposto, un gesto ambiguo: non servono urla o schiaffi per distruggere. Basta la costante incoerenza tra quello che viene detto e quello che viene fatto.
La psicologia la chiama dissonanza cognitiva: un cortocircuito tra parole e gesti che spinge a dubitare di sé stessi. È un veleno sottile, che porta allo smarrimento, alla rabbia, a volte persino alla follia. Le parole usate male sono capaci di devastare tanto quanto uno schiaffo.
“Con le parole si può uccidere più che con le armi.” – Sigmund Freud
C’è chi, con cultura e intelligenza, usa la parola come uno strumento di manipolazione raffinata. E c’è chi, per ignoranza o per mancanza di intelligenza emotiva, la scaglia come un sasso. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: ferite profonde, invisibili e spesso incomprese da chi non le vive. E poi c’è il silenzio. Non rispondere, negare l’ascolto, annullare l’altro. È un’arma ancora più crudele, perché trasforma l’assenza in negazione, lasciando un vuoto che divora.
Questa violenza sottile non si limita alle relazioni amorose. Abita nelle famiglie, nei rapporti tra genitori e figli, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle amicizie.
Quante volte un ragazzo si è sentito marchiato da una frase detta a caso?
Quante donne hanno perso fiducia in sé stesse a causa di parole svalutanti?
Quanti uomini si sono sentiti svuotati da silenzi e incomprensioni?
La cattiva comunicazione è la forma più avanzata e invisibile di violenza.
Però, pochi la riconoscono.
Nel mio libro Ti ignoro ma ti penso ho raccontato questa forma di violenza attraverso l’amore: un amore fatto di frasi ambigue, silenzi crudeli, gesti che non corrispondevano mai alle parole. Un amore che non era solo amore, ma anche manipolazione, cortocircuito, dolore. Ho capito che le parole possono diventare catene o chiavi. Possono creare labirinti o aprire varchi. Possono distruggere, ma anche salvare.
La prima forma di difesa è il riconoscimento. Dare un nome a questa violenza, svelarne il volto. Perché solo quando impariamo a distinguere una parola che ferisce da una che cura, possiamo liberarci e scegliere di usare il linguaggio come era nato: per unire, non per dividere.
“Non si può non comunicare.” – Paul Watzlawick
Ogni silenzio, ogni gesto, ogni parola pesa. E imparare a riconoscere quel peso è il primo passo per disinnescare la violenza invisibile che abita nelle nostre relazioni. E se oggi scrivo e parlo di questo tema è perché l’ho vissuto sulla mia pelle. Ho conosciuto la bellezza delle parole che accolgono e la devastazione di quelle che feriscono. So cosa significa sentirsi spezzati da frasi che non corrispondono a gesti, da silenzi che diventano muri. Con questo libro e con queste riflessioni, spero di aiutare chi legge a riconoscerne la differenza.
Perché le parole non sono mai innocue: possono essere il primo passo verso l’amore o il primo segnale di una violenza che non si vede, ma che lascia cicatrici profonde.

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Ti ignoro ma ti penso. Piccolo manuale delle relazioni irrisolte (con danni collaterali)
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