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Low living, high thinking

Non è possibile migliorarsi come uomini fino a quando si è impegnati a guadagnarsi i mezzi di sussistenza. Lo pensava Henry David Thoreu nel 1845, quando decise di lasciare la società per vivere da uomo totalmente libero, in mezzo alla natura.

La sua non era una prova di durezza, non aveva intenzione di vincere una scommessa contro se stesso. Voleva dare una dimostrazione pratica delle sue teorie trascendentali. Da qui nasce la critica sociale più radicale.

Prima di Carlo Marx, prima di Adorno e molto molto prima del movimento dei figli dei fiori. Oggi seguire la filosofia di Thoreau potrebbe essere definito radical chic.

Da squilibrati ex borghesi che lasciano l’appartamento e il SUV per rompere le catene che la società ha invisibilmente legato ai loro piedi. Potete immaginare cosa significhi vivere spogliati di tutto, soli in mezzo alla natura, cercando cibo per i boschi?

Ammesso e non concesso che ci sia un format televisivo dietro che gli procuri i mezzi per sopravvivere, nessuno sceglierebbe questa strada. Semplicemente non può essere definita un’alternativa valida alla modernità e al progresso. Anche se è affascinante pensarlo.

Però Thoreau aveva ragione su un punto sopra gli altri: “Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose delle quali può fare a meno.” In Italia, nel 2013, i miei concittadini, compatrioti, compaesani non sono in grado di rinunciare a niente senza sentirsi derelitti della società.

La crisi economica è la punta dell’iceberg di un dolore profondissimo che ha coinvolto la psicologia collettiva dell’intera umanità. Gli Italiani che si sono definiti liberi e hanno abbracciato il liberismo, hanno sentito la crisi economica come uno schiaffo ancora più duro e potente.

Perché ? Come si fa a tornare indietro? Come si fa a rinunciare senza soffrire?

Anche volendo deliberatamente tralasciare l’immobilità politica di questo paese, da dieci anni e più impantanato in mancanza di chi lo rappresenti, l’Italia che aspetta la sua classe politica che l’aiuti a risollevarsi dal pantano, non è mai apparsa più divisa, più caotica e depressa.

Perché la nostra crisi è più di tutto una crisi di identità. La nostra storia, la storia politica sociale dell’Italia non è mai stata compresa e mai discussa veramente

 Non ci riconosciamo come popolo, come facenti parte della medesima comunità, né ci sentiamo sollevati guardando in direzione di un “mare nostrum” dal quale arrivano soltanto Editoriale Di Livia Pagani minacce di invasioni.

Se volgiamo lo sguardo a Nord pensiamo ad un’Europa che ci schiaccia, ad un debito pubblico che ha oppresso la nostra capacità di agire come Nazione, se mai l’abbiamo avuta questa capacità. Siamo tenuti insieme dal caos e dalla mancanza di prospettive e ci troviamo d’accordo soltanto quando abbiamo la possibilità di esprimere il disappunto come italiani.

Ma non siamo forse tutti responsabili?

Una modernità di facciata, costruita su 161 telefoni cellulari ogni cento abitanti. Una cultura fatta di libri non letti: un italiano su due ne legge uno all’anno, ma se glielo chiedi risponde che legge moltissimo.

Ci siamo lasciati narcotizzare dai gas di scarico delle macchine in città, non abbiamo saputo pretendere i mezzi pubblici.

Ci siamo avviliti pensando che è stata colpa di qualcun altro, che la corruzione è arrivata a livelli ingestibili e che quindi è solo colpa dei dirigenti delle aziende di trasporti pubblici.

Abbiamo permesso che avvelenassero le nostre terre, aspettando che qualcuno intervenisse.

Lo Stato, avrebbe dovuto intervenire.

Ma lo Stato siamo noi e il popolo ne è il sovrano. Ci siamo fatti dire da uno scrittore che va in TV che la mafia è ovunque e anche in quel caso ci siamo indignati.

Ma cosa abbiamo veramente fatto? Abbiamo fatto l’unica cosa che meschinamente potevamo fare per andare a dormire sereni: abbiamo scelto di cambiare canale.

Cambiare canale, ma non spegnere il televisore. Siamo inermi, perché per troppo tempo abbiamo smarrito l’obiettivo comune. Siamo indifesi perché non sappiamo che cosa vale la pena d’essere difeso.

Tornare indietro per andare avanti. Questa è la nostra proposta.

Spogliarci del senso di frustrazione, eliminare l’inerzia nella quotidianità. Guardarci intorno, apprezzare e amare quello che si ha.

Dobbiamo tornare ad assaporare uno stile di vita semplice, quello che è nel DNA del nostro popolo.

Non è facile tornare a credere nelle cose semplici e concrete, si può però compiere uno sforzo su noi stessi per rivalutare la nostra scala di priorità.

Vivere aspettando che qualcosa cambi e non prendere parte attiva al processo di cambiamento, è il più grande crimine che compiamo contro noi stessi e contro il prossimo.