Complici, anche senza volerlo

“Smettiamo di autoassolverci con la compassione: la violenza di genere è un sistema che abbiamo costruito, tollerato e tramandato.



Non voglio più sentire che ci dispiace per le vittime, che siamo vicini ai

familiari, che è l’ennesima ragazza che perde la vita e che speriamo sia l’ultima.

Il dispiacere ci autoassolve; ci fa sentire a posto con la coscienza; ci permette di

conservare intatta la nostra quotidianità, mentre scorrono dei titoli di cronaca

che pensiamo non ci riguardino.

Non è vero, ci riguardano eccome.

I dati ISTAT ci dicono che il 31,5% delle donne tra i 16 e il 70 ha subìto

violenza fisica almeno una volta nella vita. La maggior parte, ha scelto di non

denunciare. Tanto per dire che la violenza di genere è un sistema criminale, del

quale conosciamo soltanto la punta dell’iceberg e del quale continuiamo ad

ignorare tenacemente le cause, pur di non ammettere – lo penso – che lo

abbiamo generato e alimentato.

Martina aveva quattordici anni ed era convinta di aver capito che cosa sia

l’amore: si era legata ad un ragazzo e a lui aveva dedicato gli anni più belli – e

difficili – della sua adolescenza. È morta, colpita alle spalle perché aveva deciso

di guardare avanti senza di lui.

Ilaria aveva ricevuto un messaggio da un altro ragazzo. È morta, perché chattare

con un altro non era suo diritto.

Sara aveva scritto ad un’amica mentre tornava a casa a piedi: era convinta di

essere seguita. È morta perché non poteva andare in giro, di sera, da sola.

Tutti questi casi – e potrei aggiungerne molti altri – ci riguardano: la

violenza che ogni donna ha subìto nella propria vita ha rappresentato la sanzione

che ha dovuto pagare per aver violato un codice non scritto, ma granitico, che la

vede proprietà altrui.

Della compilazione di questo codice siamo tutti responsabili: è il risultato

della nostra sciatteria, dell’inettitudine bonacciona con cui per anni abbiamo

lasciato che si guardassero le donne ancheggiare dagli schermi, prostrarsi alle

cene eleganti, fare da fermacarte nei programmi di intrattenimento.

Abbiamo detto “beato lui” a chi poteva permettersi di assoldare prostitute

minorenni per alleviare la propria miliardaria vecchiaia; abbiamo riso quando una

1donna – esponente politica – veniva definita più bella che intelligente; abbiamo

fatto indigestione delle storie di pupe che si accompagnavano a secchioni.

Adesso ci dispiace, se i secchioni si convincono che le ragazze sono cattive e che,

per questo, meritano di morire; siamo vicini ai familiari delle ragazze che escono

di casa e non tornano più; ci indigniamo con la dovuta compostezza, se il

professore ha palpeggiato la sua alunna alla cattedra.

Non basta più il dispiacere, di fronte alla violenza: va scardinato il sistema

di norme che l’ha sdoganata come mezzo per ridurre le donne ad una funzione

accessoria, decorativa del maschio.

Dobbiamo riscoprire il senso del disgusto e riconoscere, finalmente, che la

violenza di genere è un sistema che noi stessi abbiamo prodotto, accresciuto e

consegnato ai più giovani.

Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fenomeno umano, che come

tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche

una fine. Lo è anche la violenza sulle donne, e ci riguarda tutti.

San Pancrazio Salentino, 4 giugno 2025

Beatrice Epifani

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